di Umberto Triulzi, professore ordinario di Politica economica - Università "Sapienza" di Roma
Con la chiusura nella settimana scorsa della due giorni (il 21 ed il 27 ottobre) del vertice dei capi di stato e di governo dell’Eurozona dedicato alla risoluzione del finanziamento del debito sovrano della Grecia (con relativa imposizione di una perdita del 50% sul debito detenuto da privati), all’approvazione del programma di riforme chiesto all’Italia, all’aumento del fondo salva Stati e alla ricapitalizzazione delle banche, si riteneva che l’Europa avesse superato il momento più difficile della crisi che sta attraversando. I giornali dei giorni successivi, intervistando i leader europei, evidenziavano un clima generale di euforia, peraltro manifestato dal positivo andamento dei mercati finanziari. Quanto accaduto tra venerdì e l’inizio di questa settimana con la caduta delle borse europee e di Wall Street, ed in particolare dei titoli bancari (compresi quelli delle banche francesi e tedesche maggiormente esposte nei confronti del debito greco), con la (improvvida?) decisione presa dal primo ministro Papandreu di sottoporre a referendum il piano dell’Ue, con l'aumento dello spread (salito ad oltre 400 punti base) dei rendimenti dei Bot decennali italiani rispetto al titolo di riferimento tedesco (Bund), con l’intervento della Bce nel mercato secondario per acquistare titoli di Stato italiani e spagnoli, sono tutti segnali di una situazione di crisi dell’euro non ancora superata e di decisioni adottate per far fronte al debito sovrano dei paesi dell’Eurozona non ritenute sufficienti dai mercati finanziari.

