Aggiornato al 16.03.2012
Per il nostro Paese, che sta attraversando uno dei più gravi periodi di stasi economica, la riforma fiscale potrebbe essere l'occasione per ricostruire un patto di fiducia fra Stato e cittadini, basato su un più intenso utilizzo di strumenti di compliance per l'emersione progressiva della base imponibile e sulla riduzione sensibile della pressione fiscale sul lavoro e sull'impresa.
Per il nostro Paese, che sta attraversando uno dei più gravi periodi di stasi economica, la riforma fiscale potrebbe essere l'occasione per ricostruire un patto di fiducia fra Stato e cittadini, basato su un più intenso utilizzo di strumenti di compliance per l'emersione progressiva della base imponibile e sulla riduzione sensibile della pressione fiscale sul lavoro e sull'impresa.
Per fare questo la riforma fiscale debba prendere finalmente atto della struttura del sistema delle imprese in Italia, caratterizzato nella stragrande maggioranza da Pmi. Quello che manca ancora è, infatti, una fiscalità orientata a considerare le Pmi come una risorsa su cui puntare. La riforma fiscale deve essere vista quale strumento per realizzare realmente un cambiamento sistematico ed organico del nostro sistema tributario fermo, nel suo impianto generale, agli inizi degli anni '70.
Tale cambiamento deve tener conto, da un lato, dei radicali cambiamenti sociali ed economici intervenuti in quarant'anni e, dall'altro, della spirale "evasione-pressione fiscale", che registra soglie di sostenibilità troppo alte per qualsiasi Paese.
E' necessario che il sistema fiscale sia utilizzato più come strumento di politica economica che come fonte di maggiori entrate in un bilancio pubblico in cui il fattore spesa appare come la variabile indipendente, a cui l'entrata deve continuamente adeguarsi. E' del tutto evidente che nel 2014 la pressione fiscale raggiungerà il 44,9% del Pil, cui corrisponde una pressione fiscale effettiva, cioè sentita dai fedeli al fisco, del 54%, mette a rischio la competitività del nostro sistema produttivo.
Partendo da questi presupposti la riforma fiscale deve operare per ricostruire un patto fra Stato e cittadini con l'obiettivo primario di far emergere base imponibile attraverso una sensibile riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sull'impresa. La grave situazione economica impone un cambiamento culturale che riporti al centro: il lavoro, la fedeltà fiscale e la responsabilità. Gli oltre 250 miliardi di sommerso stimato rappresentano un “cancro” per le imprese fedeli, che si trovano di fronte uno “svantaggio competitivo” rispetto a coloro che operano nella totale, o quasi totale, illegalità fiscale.
Tuttavia, per combattere in modo efficace l'evasione fiscale non bisogna agire solo ed esclusivamente inasprendo i controlli fiscali e le relative sanzioni quanto piuttosto utilizzare e, se del caso, anche affinare gli strumenti condivisi ovvero migliorare l'efficacia delle misure di "compliance".
Non si può, infatti, tralasciare che il peso dell'evasione fiscale abbia generato una divaricazione tra le aliquote nominali ed effettive applicate alle diverse categorie di redditi da lavoro. Nel tempo, dunque, si è creata una spirale "evasione-pressione fiscale" per cui all'aumentare della quota di economia sommersa corrisponde un aumento delle aliquote nominali.
Pertanto, in primo luogo la riforma fiscale deve servire a riportare in equilibrio il sistema attraverso una efficace lotta all'evasione e una contestuale riduzione dell'incidenza dell'imposizione diretta sul reddito d'impresa.
A tal fine crediamo nella previsione di un sistema premiale che stimoli e agevoli l'efficienza produttiva e la fedeltà fiscale delle imprese con la riduzione del carico fiscale su incrementi di reddito dichiarati rispetto alle potenzialità produttive dell'impresa, misurate attraverso strumenti oggettivi quali ad esempio gli studi di settore.
Nel complesso il sistema tributario deve tendere, oltre a quanto sopra esposto, anche:
- all'uniformità dei criteri per il riconoscimento delle detrazioni sul lavoro;
- all'obbligo generalizzato di versamento dell'IVA all'incasso del corrispettivo per tutte le imprese entro i 2 milioni di fatturato;
- all'innalzamento della franchigia di imposizione ai fini IRAP;
- alla riforma dei regimi di favore delle imprese ed il concordato biennale preventivo;
- alla previsione di un efficace strumento che incentivi la capitalizzazione;
- al superamento della competenza economica e all'introduzione del criterio di cassa per la determinazione del reddito delle imprese in contabilità semplificata.
La proposta di riforma fiscale presentata dal Governo uscente è ormai strettamente collegata alle manovre estive. Le manovre, infatti, per anticipare il pareggio di bilancio utilizzano, per circa 29 miliardi, le stesse fonti che la proposta di legge indica a copertura della riduzione della tassazione sui redditi da lavoro. Con specifico riferimento all’obiettivo di ridurre i regimi di favore dall’attuazione della delega deve derivare non solo la compensazione degli oneri della stessa ma anche un differenziale positivo, ai fini dell’indebitamento netto, non inferiore a 4 miliardi di euro per l’anno 2012 e 20 miliardi di euro a decorrere dal 2013. In sostanza, la riforma fiscale e assistenziale non viene più varata per rimodulare la pressione fiscale a favore dei redditi da lavoro riducendo le aliquote IRPEF, bensì per ridurre l’indebitamento.
A prescindere dalle sorti del Governo, riteniamo sia importante una rapida attuazione almeno di questa parte delle delega, proprio per evitare che scattino le clausole di salvaguardia, inclusa quella prevista dalla manovra di agosto che andrebbe a colpire le fasce più deboli della popolazione.

