In dicembre vi è stato un aumento del tasso di inflazione sia a livello di unione monetaria europea, sia a livello italiano, fornendo indicazioni positive ma anche alcune preoccupazioni. Principalmente è indice del fatto che alcune economie, soprattutto quelle emergenti, nel 2010 sono cresciute a ritmi intensi sostenendo la domanda internazionale di materie prime e quella di beni e servizi prodotti. Inoltre ci indica che alcuni paesi dell'area Euro, soprattutto le economie più forti ed i paesi più giovani, hanno superato la fase recessiva ed avviato una ripresa significativa, anche se non ancora solida. Inoltre il graduale aumento dell'indice dei prezzi in questo particolare periodo ci suggerisce che si ha a che fare non con una politica monetaria eccessivamente espansiva ma "semplicemente" con la fuoriuscita da una crisi reale più che esclusivamente finanziaria e si allontana il rischio di un 2011 con deflazione.
E' importante per l'Italia che l'Unione Europea non riveda la sua politica monetaria espansiva, soprattutto nell'acquisto di titoli pubblici dei paesi deboli, in quanto ciò comporterebbe alti rischi di recessione nel nostro paese e rischierebbe di compromettere anche la ripresa delle economie più salde come quella tedesca. Il nostro problema, e più in generale il problema europeo, non sta nell'aumento dell'indice dei prezzi quanto nella bassa crescita della produzione.
In Italia l'aumento annuale dell'indice dei prezzi al consumo (1,9%) è stato inferiore a quello europeo (2,2%) e la crescita dell nostra economia è stata davvero modesta non dando segnali di sostanziale ripresa quanto ai livelli semmai di pre-crisi, ovvero in una fase di pura stagnazione che l'Italia ha vissuto per diversi anni. Eppure, ad uno stentato aumento del PIL, i prezzi italiani hanno ricominciato a crescere soprattutto nei settori meno esposti alla concorrenza di mercato. Analizzando poi il dato riguardante la decelerazione dell'aumento monetario delle retribuzioni orarie si comprende che le imprese maggiormente esposte alla concorrenza internazionale hanno fatto leva sulla compressione salariale, mentre le produzioni di nicchia hanno usato l'incremento dei prezzi per ottenere le proprie rendite; ed ecco spiegata la motivazione di una ripresa dell'aumento dei prezzi in maniera diseguale a livello di settori.
Non è pensabile che il debito privato delle famiglie, in costante aumento negli ultimi anni, sia l'unica voce a sostegno dei consumi e che si chiedano ulteriori sacrifici alle piccole imprese rappresentanti la quasi totalità del patrimonio produttivo italiano, senza fornire loro utili strumenti ed incentivi per innovare strategie e strutture.
L'Italia deve puntare sui giovani, su ricerca sviluppo e innovazione, è necessario ridisegnare alcune mappe principalmente culturali per riorganizzare la nostra economia ed il nostro paese, ricostruire pilastri fondamentali su cui basare lo sviluppo di un nuovo tessuto produttivo. Abbiamo bisogno di rivitalizzare la domanda di capitale umano, investendo nella ricerca e modificando le strutture del mercato del lavoro in primis, modificando le regole e gli strumenti. Bisognerà puntare sulla meritocrazia a tutti i livelli partendo da quello fiscale, non è per noi pensabile che un'impresa che lavora bene e cresce debba pagare in maniera più che proporzionale alla sua crescita. Non è per noi pensabile che certi investimenti fatti da piccole imprese sul futuro del paese debbano essere tassati: Sono tante le ricette per aumentare la produttività del nostro paese, l'importante è iniziare a fare delle scelte trasparenti e a lungo termine ed intraprendere un percorso che dia prospettive.

