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15 Settembre 2010
Intervento di Silvestrini al convegno della fondazione Rel sulla manovra economica (14 giugno 2010)

In un recente articolo del Sole 24 Ore il prof. Zingales spiegava i motivi per i quali la Germania ha deciso di predisporre una manovra economica molto più impegnativa e stringente degli altri partner europei. Il governo di Berlino, forte della solidità dei principali indicatori economici interni, ha intrapreso un tragitto che nessun altro paese europeo avrebbe potuto sostenere: ricavare risorse importanti da investire subito per elevare la competitività del proprio sistema produttivo, esportando deflazione negli altri paesi europei. Una decisione costata al Paese sacrifici anche molto superiori a quelli strettamente necessari per fronteggiare la crisi, investendo risorse impensabili per molti Paesi europei in innovazione, ricerca e conoscenza.

Se è superfluo soffermarsi sul pericolo che tale condotta ha rappresentato per la fragile costruzione europea, voglio ricordare che il Paese a maggiore vocazione manifatturiera, in Europa, dopo la Germania, è il nostro. Per questo l’Italia sarà costretta a pagare il prezzo più pesante per le decisioni tedesche, a dispetto della prudenza e del rigore degli interventi che nel corso della crisi il nostro governo è stato in grado di mettere in opera.

Se questo è l'orizzonte, per il nostro Paese risulta prioritario investire su percorsi di sviluppo capaci di fare la differenza nei confronti dei diretti competitor. Dalla crisi, lo sappiamo tutti, uscirà un mondo diverso ed il posto che in esso occuperemo, come sistema Paese, dipenderà dalle scelte che saremo capaci di compiere nei difficili mesi che ci aspettano.

Per questo ritengo poco opportuno accentuare l'asprezza delle misure anti-crisi messe a punto dal nostro governo. Lo dico in chiaro: rischiamo contraccolpi depressivi a danno di una ripresa già molto fragile. Non è difficile individuare terreni alternativi sui quali agire per sviluppare un maggior vantaggio competitivo nei confronti dei partner europei; tre di questi, tra quelli in cui il nostro paese ha accumulato il maggior gap negativo in termini di modernizzazione, sono già presenti nella manovra proposta dal governo:

  1. cominciare a far emergere almeno la quota di economia in nero che supera la media europea, dirottando le risorse recuperate al risanamento dei conti pubblici.
  2. dare efficienza alla macchina pubblica, qualcosa che ci avvicini un po’ ai grandi paesi europei, riformando il percorso decisionale, semplificando le procedure, restringendo il perimetro dell'intervento pubblico, puntando con decisione sulla sussidiarietà.
  3. aprire alla concorrenza ed ai benefici che essa genera sui prezzi e sulla qualità dei servizi. Sono molti, no, rettifico, sono troppi i settori nei quali il mercato è ancora chiuso e piegato da insopportabili rendite di posizione.

Al di là delle ripetute dichiarazioni di buona volontà, questi nodi vanno aggrediti con la stessa determinazione, con la stessa “ossessione” politica, che la Germania ha dimostrato con il suo piano finanziario ed economico.

La scelta del governo di puntare sulla lotta all'evasione è assolutamente condivisibile. L’entità del “sommerso” nel nostro paese si colloca tra i 5 e i 10 punti oltre la media europea. Un principio deve guidare l’azione delle istituzioni: va allargata la base contributiva per evitare che l'effetto dell'intervento ricada principalmente sui quei gruppi sociali e quelle imprese che già contribuiscono in modo consistente al risanamento dei conti pubblici.

Nessuno contesta il fatto che possano esistere sacche di evasione contigue ad imprese sane, ma il differenziale negativo del sistema Italia non va ricercato lì. E’ altrove, all’interno della grande pletora del sommerso, che sottrae al controllo dell’erario parti del sistema produttivo o interi territori e che fa prosperare illegalità e collusioni criminose. Ogni intervento va calibrato per evitare di rendere, come in passato, ancora più pesante il prelievo che grava sull’attuale base contributiva. Un esempio negativo, in questo senso, è stata la revisione degli “studi di settore” promossa dal governo Prodi. La stessa Cna sostenne una dura battaglia per contenerne le pretese, per poi ottenere un assestamento su un prelievo aggiuntivo di circa 3 miliardi. In sede di consuntivo, però, l'insieme delle iniziative messe in atto finì per triplicare l’entità di quel prelievo, con una ricaduta pesantissima per le imprese soggette agli studi. E' un errore che non può essere ripetuto. Il redditometro, il principale strumento individuato per combattere l'evasione, va perciò tarato su obiettivi precisi.

Fondamentale è la modernizzazione della macchina pubblica, un processo che necessita di interventi a diversi livelli. La mancata riforma delle istituzioni, che incide direttamente sulla capacità di governo del Paese e che penalizza il sistema Italia, ha generato un progressivo logoramento della credibilità della politica. E' infatti difficile comprendere come, su questioni largamente condivise, che potrebbero restituire efficienza e rapidità al processo legislativo nel nostro paese, non si riesca a raggiungere alcun accordo costruttivo. Rimangono purtroppo ancora lettera morta il superamento del bicameralismo perfetto, la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, il taglio del numero dei parlamentari.

Dobbiamo disboscare la selva dei livelli istituzionali. Oltre ad essere un onere sempre più indigesto per i cittadini, questo bosco intricato è un fattore penalizzante per le funzioni di governo del territorio. L’Italia delle cento città e dell’economia costruita sugli insediamenti del territorio ha bisogno di scelte vere, capaci di rispondere alle necessità delle imprese, rinunciando agli equilibrismi istituzionali e politici che producono solo immobilismo ed inefficienza.

 
Ivan Malavasi a Tv7 (Rai Uno)
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Ivan Malavasi a Tv7 (Rai Uno) (01:27)
18 Maggio 2012
 
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