Home ›› STAMPA E COMUNICAZIONE ›› Documentazione ›› Relazione del presidente Antonio Catricalà all'assemblea annuale di Agcm
Ricorre quest’anno il ventennale dell’istituzione dell’Autorità. Non è però il tempo per le celebrazioni. La perdurante situazione di crisi mette a dura prova i sistemi economici del Vecchio Continente e pone sotto tensione gli assetti istituzionali comunitari. La dimensione delle forze in gioco supera la capacità di intervento dei singoli Stati e l’assenza di coordinamento lascia spazio agli arbitraggi speculativi. L’idea di Europa che ha ispirato le scelte salienti dell’Italia repubblicana si sta appannando sotto la spinta di malcelate istanze nazionalistiche. L’Unione, del resto, ha rallentato il passo propositivo. Proprio per questo il salto di qualità nel processo di integrazione non è più rinviabile. Gli eventi di queste ultime settimane ci hanno dimostrato che il superamento delle visioni ristrette - cui il Governo italiano sta fattivamente contribuendo - è l’unica opzione per contrastare gli effetti negativi della globalizzazione. Sia pure in una cornice di impegno europeo, spettano peraltro ai singoli Stati le mosse necessarie per consentire ai vigenti sistemi di sopravvivere nell’economia del XXI secolo e per assicurare ai cittadini un tenore di vita accettabile. Sotto questo profilo la valutazione degli assetti di scambio nel nostro Paese perviene a esiti ancora insoddisfacenti. La cultura dell’efficienza, del merito e della responsabilità non riesce ad affermarsi negli indirizzi legislativi, nelle prassi amministrative, negli atteggiamenti della politica, delle parti sociali e delle categorie produttive.
All’approvazione della legge istitutiva dell’Antitrust non è seguito un percorso coerente e organico di ristrutturazione e di apertura effettiva dei mercati. Durante la congiuntura internazionale positiva degli anni Novanta abbiamo perso occasioni storiche per la creazione delle condizioni di contesto necessarie allo sviluppo. Il processo di liberalizzazione è stato altalenante e contraddittorio: in alcuni settori si sono ottenuti risultati significativi; in altri si sono incontrati gravi ostacoli. Nel complesso l’opinione pubblica non sempre ha avuto modo di percepire i benefici delle riforme. Il mercato non ha tardato a presentare il conto. L’Italia patisce, quanto meno dal 2000, tassi di crescita del PIL inferiori a quelli della media dei Paesi OCSE e UE. La produttività pro
capite diminuisce costantemente. La quota delle nostre esportazioni si riduce comparativamente. Gli investitori esteri non considerano attrattivo il Paese. Parlamento e Governo ben sanno che occorre alleggerire il peso della burocrazia, sveltire i processi civili, investire in formazione, ricerca e sviluppo, incrementare il patrimonio infrastrutturale. Noi abbiamo il dovere di segnalare che non possiamo più pagare il prezzo di politiche anticompetitive. I costi degli input produttivi sono più alti della media europea: 28% in più per l’energia elettrica, 6% in più per i fidi, 100% per la responsabilità civile automobilistica. L’adeguamento dei costi a quelli dei nostri vicini darà respiro alla grande industria e ai distretti; consentirà prezzi più bassi; renderà probabile l’aumento dei consumi delle famiglie. Perché ciò accada è necessario iniettare nel sistema dosi massicce di concorrenza.


