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9 Febbraio 2010
Riconoscibilità e tutela dei prodotti italiani

La progressiva perdita di competitività dell'industria europea e conseguentemente italiana del tessile/abbigliamento/calzaturiero si è acuita sempre più a partire dal 2005, quando sono venute meno le regole introdotte dall'Accordo Multifibre, grazie al quale era stato possibile disciplinare i flussi in Europa di prodotti provenienti dai paesi in via di sviluppo o di cosiddetta nuova industrializzazione. Dalla situazione che si venuta a creare, l'Europa è risultata la più accessibile e permeabile, tra le maggiori aree geografiche di consumo a livello mondiale, alle importazioni di prodotti tessili e dell'abbigliamento provenienti dalle aree asiatiche. Il fenomeno delle importazioni di massa si è sentito in modo particolare nel settore della moda nel suo complesso, ma di fatto ha investito una serie di settori che sono principalmente quelli di punta del Made in Italy, come l’arredo e l’alimentare, dando luogo a violazioni sull’indicazione di origine dei prodotti a tutto danno della nostra industria manifatturiera, oltre che del consumatore. Ormai sempre più i consumatori operano le loro scelte in funzione della qualità dei prodotti, qualità che spesso è percepita attraverso indicazioni apposte sul prodotto stesso che riportano informazioni anche sull’origine. Origine che in molti casi viene percepita come indice di qualità perché legata alle condizioni normative, al cui rispetto sono tenute le imprese, che attengono ad aspetti primari e generali come la salvaguardia dell’ambiente e la tutela della salute dei consumatori. Si tratta di normative che determinano un forte squilibrio di costi tra le produzioni italiane e quelle provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione europea e comunque, ove non si applicano analoghe tutele. Non possono non essere considerati i vantaggi, che in termini di costi, hanno le imprese che producono nei Paesi dove è praticamente inesistente qualsiasi forma di tutela ambientale, della sicurezza e del lavoro e dove sussistono condizioni di sfruttamento dello stesso, anche a livello minorile. Trasparenza e informazione sono esigenze sempre più diffuse tra i consumatori. Tutti vogliono sapere esattamente cosa stanno comprando e avere la ragionevole certezza di pagare un giusto prezzo; il consumatore ha il diritto di riconoscere solo a quelle produzioni che, effettivamente, sostengono il peso del rispetto di dette norme, quel valore aggiunto che l’indicazione di origine certifica e determina. Va detto che il diritto del consumatore ad avere informazioni corrette anche sull’origine è riconosciuto e tutelato da norme comunitarie e nazionali: in primis l’Accordo di Madrid 14 aprile 1891 e l’art.517 del Codice Penale. Poiché, inoltre, il capitolo sullo Sviluppo sostenibile ed ambiente della Dichiarazione di Doha riconosce ai paesi membri il diritto a prendere misure appropriate per la protezione della salute e sicurezza dei propri cittadini e per la protezione dell’ambiente (c.d. principio di precauzione,) più volte Confartigianato e CNA hanno sollecitato il Governo ad adottare misure precise finalizzate a contrastare l’importazione di prodotti tessili che contengano o che abbiano subito trattamenti con materiali in qualsiasi modo nocivi alla salute dei consumatori e comunque in violazione delle normative comunitarie in materia sanitaria. Confartigianato e CNA hanno anche ripetutamente avanzato richieste di attuare politiche di promozione del Made in Italy che evidenziassero, oltre che la qualità della fattura e del design, anche i valori sociali, ambientali e sanitari incorporati nei nostri prodotti, al fine di incoraggiare il cambiamento dei comportamenti del consumatore orientandolo su una forma di consumo “etico”, affinché il metro con cui vengano misurati i prodotti non sia solo quello del prezzo. Sotto questo profilo, tuttavia, si sta diffondendo in molti Paesi una linea (spesso sostenuta da coloro che hanno attenzione soltanto ai livelli di prezzo e non anche alle caratteristiche qualitative dei prodotti) tesa a demolire alcuni pilastri di quello che è il nostro valore competitivo. La strategia adottata è quella di negare il concetto di qualità e valore reale dei prodotti e dei processi produttivi, per svuotare di contenuto il concetto di Made in Italy. Da New York a Parigi, specie in occasione dei grandi eventi fieristici e della moda, si rincorrono le dichiarazioni tese a mettere in evidenza come una parte dei prodotti italiani, che hanno grande capacità attrattiva verso il consumatore internazionale, siano realizzati in Paesi a basso costo del lavoro e posizionati sui mercati internazionali a costi non conseguenti. A questo fine Confartigianato e CNA hanno da tempo sollecitato l’adozione di normative volte alla certificazione della tracciabilità o rintracciabilità delle fasi produttive, ritenendo decisivo il contributo normativo per instaurare processi di valorizzazione della filiera produttiva italiana e per tutelare la libertà di scelta del consumatore e il suo diritto all'informazione. Confartigianato e CNA sono da tempo convinte che uno dei modi per recuperare fette di mercato alle imprese italiane, e quindi occupazione, è incentivare il consumo del prodotto italiano e lavorare sulla sua promozione, diffondendo tra il consumatore la consapevolezza della necessità di conoscere quello che si compra. Conoscenza non solo dei suoi componenti ma anche dei luoghi di produzione: quindi necessità della tracciabilità. Perché non c’è dubbio alcuno che il Made in Italy rappresenti un punto di forza dell’apparato produttivo nazionale, composto in prevalenza da imprese subfornitrici o terziste e che il peso di queste aziende è numericamente ed economicamente rilevante per il nostro Paese, Confartigianato e CNA hanno sempre sollecitato l’istituzione, ancorché volontaria, di certificazioni di tracciabilità del prodotto. Necessario, infatti ricordare che il settore TAC rappresenta una quota molto significativa dell’economia del nostro Paese: in termini di valore aggiunto l’ 11% del manifatturiero italiano, 27,4 miliardi €, l’1,5% del PIL nazionale, oltre un decimo dell’export italiano, un saldo commerciale nello scorso 2008 di 15,1 miliardi di euro, in termini occupazionali circa 800.000 addetti, di cui più del 60% maestranza femminile. Un settore il cui saldo positivo contribuisce in maniera sostanziale a compensare il deficit strutturale nel settore energetico e nelle materie prime non può essere trascurato e di questo politica e istituzioni debbono essere coscienti. Siamo tutti convinti - o almeno tutti sostengono di esserlo - che è necessario sostenere il marchio Made in Italy perché da esso deriva un sicuro vantaggio competitivo. Tuttavia, dobbiamo essere altrettanto convinti che le nostre produzioni vanno difese contro la pratica sleale della contraffazione del marchio di origine. La tutela del “made in Italy” è stato oggetto di ripetuti interventi in campo normativo e giurisprudenziale, originato da una parte dalla necessità di valorizzare e tutelare le produzioni italiane, dall’altra di garantire la libertà imprenditoriale di terziarizzare una parte della produzione anche all’estero.

 
 
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