. Per l'azione risarcitoria, nel caso di risoluzione per grave inadempimento della stazione appaltante, non occorre aver iscritto riserve

Con una recente Ordinanza la Suprema Corte di Cassazione (Sez. 1 Civile, Ord. Num. 21656, Anno 2018, del 5 settembre) ha avuto modo di chiarire che nel caso di grave inadempimento della stazione appaltante (che nel caso di specie aveva impedito la conclusione dei lavori regolarmente appaltati) per poter agire in giudizio ed ottenere il risarcimento dei danni patiti (per il mancato guadagno e per i costi sostenuti) non risulta elemento necessario avere iscritto le riserve previste dalla normativa sui lavori pubblici.

L'impresa aveva infatti a suo tempo convenuto l'amministrazione comunale al fine di sentir dichiarare risolto per fatto e colpa della medesima il contratto de quo con la conseguente condanna al risarcimento dei danni patiti per mancato guadagno e per i costi sostenuti, ottenendo in appello la condanna del Comune che aveva appaltato i lavori al pagamento della somma di Euro 20.843,00 a titolo di risarcimento del danno.

La Suprema Corte ha confermato la sentenza d'appello, in quanto la richiesta di risoluzione per inadempimento del contratto d'appalto non risulta condizionata ad adempimenti formali riconducibili al sistema delle riserve, che rimane circoscritto e correlato ai fatti che comportano maggiori oneri..." ritenendo, pertanto, irrilevante la mancata contestazione dei presupposti giustificativi delle intervenute sospensioni dei lavori.

Tale orientamento si pone nel solco della giurisprudenza di legittimità secondo cui "In tema di appalto di opere pubbliche, la riserva, attenendo ad una pretesa economica di matrice contrattuale, presuppone l'esistenza di un contratto valido di cui si chiede l'esecuzione, mentre, ogni qualvolta si faccia questione di invalidità del contratto e dei modi della sua estinzione, come nel caso della risoluzione per inadempimento, le pretese derivanti dall'inadempimento della stazione appaltante non vanno valutate in relazione all'istituto delle riserve, ma seguono i principi di cui agli artt. 1453 e 1458 c.c." (vedi Cass., Sez. I, n. 22275/2016; Cass., Sez. I, n. 19802/2016; Cass. Sez. I, n. 22036/2014; Cass., Sez. I, n.19531/2014).

Va considerato inoltre che "In tema di appalti pubblici, la riserva svolge, da un lato, la funzione di consentire all'Amministrazione committente la verifica dei fatti suscettibili di produrre un incremento delle spese previste con una immediatezza che ne rende più sicuro e meno dispendioso l'accertamento, e, dall'altro, di assicurare la continua evidenza delle spese dell'opera, in relazione alla corretta utilizzazione ed eventuale integrazione dei mezzi finanziari all'uopo predisposti, nonché di mettere l'Amministrazione in grado di adottare tempestivamente altre possibili determinazioni, in armonia con il bilancio pubblico, fino ad esercitare la potestà di risoluzione unilaterale del contratto. Ne consegue che, per l' appaltatore, l'iscrizione della riserva costituisce un onere da assolvere al fine di non incorrere nella decadenza per la proposizione delle proprie domande; e, tuttavia, l'assolvimento di tale onere non esclude il necessario rispetto della regola posta dall'art. 2697 c.c., per la quale chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento" (vedi Cass., Sez. I, n. 19802/2016).

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