. Ad aprile l’occupazione nelle piccole imprese cresce del 3,1%

Aprile risolleva il mercato del lavoro italiano nelle piccole imprese.  L’incremento congiunturale dell’1,1% su marzo è secondo, nell’ultimo anno, solo al +1,9% di gennaio. Un effetto evidente della ripresa economica ormai consolidata, sulla quale però pesa come la proverbiale “spada di Damocle” l’attuale clima di instabilità politica. Che potrebbe mettere a repentaglio, tra l’altro, anche la crescita occupazionale.

Lo rileva l’Osservatorio lavoro della CNA che monitora mensilmente l’andamento dell’occupazione nelle imprese artigiane, micro e piccole (in un campione di circa 20mila associate alla Confederazione con quasi 136mila dipendenti) da dicembre 2014, alla vigilia dell’entrata in vigore del pacchetto di riforme che hanno profondamente modificato la disciplina in Italia. Un arco di tempo che ha visto l’occupazione nelle piccole imprese salire fino al punto massimo dell’11,8%, toccato proprio ad aprile.

Nella fotografia dell’Osservatorio emergono, però, oltre alle luci anche alcune ombre. La crescita tendenziale di posti di lavoro, pari al +3,1%, segna un -0,4% rispetto a quella di marzo ed è la meno consistente dell’ultimo anno, dicembre scorso escluso. Per la prima volta da gennaio 2017, inoltre, davanti alle assunzioni appare il segno “meno”, sempre eccetto dicembre, un mese che registra una fisiologica caduta dei nuovi contratti.

Le assunzioni in un anno sono diminuite dell’1,6% mentre le cessazioni dei rapporti di lavoro sono cresciute del 16,2%. Due dati preoccupanti. Il consuntivo globale rimane comunque positivo perché le assunzioni hanno coinvolto il 3,3% degli occupati e le cessazioni, viceversa, il 2,2% della platea di riferimento.

Le assunzioni a tempo determinato si confermano la tipologia preferita da imprese artigiane, micro e piccole. Ben sei assunzioni su dieci (il 59,3%, per la precisione) sono state effettuate con questo contratto. Al +15,8% si sono fermati i nuovi contratti a tempo indeterminato (in crescita dell’1,9% rispetto ad aprile 2017), al +13,9% (-5,1%) il lavoro intermittente e al +11,1% (+1%) l’apprendistato. Sembrerebbe, insomma, che nonostante gli incentivi introdotti a dicembre nella Legge di Bilancio 2018 la crescita delle assunzioni a tempo indeterminato continui a essere modesta.

Sul fronte delle cessazioni, in confronto ad aprile 2017 solo lo stop ai contratti a tempo indeterminato rispetto ha registrato un arretramento. La maggior parte delle cessazioni ha riguardato i contratti a tempo determinato (45,9%, +0,7% in un anno), seguiti dal tempo indeterminato (36%, -3,6%), dal lavoro intermittente (10,2%, +1,7%) e dall’apprendistato (8%, +1,2%).

Complessivamente, infine, calano i contratti a tempo indeterminato (del 7,1% rispetto ad aprile 2017) in quanto il numero di cessazioni di occupati con questa tipologia (36% del totale) supera di gran lunga quello delle assunzioni, ferme al 15,8%. Viceversa, aumentano su base annua il lavoro intermittente (+36,8%), i contratti a tempo determinato (+32,5%) e l’apprendistato (+21,1%).

Nonostante la costante diminuzione, però, i contratti a tempo indeterminato rimangono i modelli applicati alla stragrande maggioranza dei dipendenti delle imprese artigiane, micro e piccole. Ad aprile rappresentavano il 64,9% del totale, ma a dicembre 2014 erano l’86,1%. Nello stesso arco di tempo, i contratti a tempo determinato sono aumentati dal 6,2 al 22,4%, l’apprendistato dal 5,2 al 9,5% e il tempo intermittente dal 2,5 al 3,2%.

 

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