. Occupazione, le PMI sono primo riferimento del Paese

Tra settembre 2016 e settembre 2017 l’occupazione nelle piccole imprese italiane è cresciuta del 3,7%. Un anno fa l’incremento su settembre 2015 si era fermato al 2,8%. Rispetto a dicembre 2014, alla vigilia dell’entrata in vigore delle riforme che hanno significativamente modificato il mercato del lavoro, l’aumento è pari al 9,3%. 

Lo rileva l’Osservatorio mercato del lavoro CNA, curato dal Centro studi della Confederazione, che analizza mensilmente l’andamento dell’occupazione su un campione di oltre 20.500 imprese associate con circa 135mila dipendenti.

“Chi entra nelle nostre aziende – commenta Claudio Corrarati, presidente regionale della CNA-SHV – trova un posto sicuro. Anche se l’ingresso avviene tramite apprendistato o con contratto a tempo determinato, il rapporto quasi sempre si fidelizza. Come PMI siamo il vero punto di riferimento per chi cerca occupazione. Diamo inoltre la possibilità ai giovani di qualificarsi e ai meno giovani di riqualificarsi. Adesso, però, tocca alla Pubblica amministrazione semplificare la vita delle piccole imprese e alle banche concedere credito più agevolmente. Oggi le PMI, nonostante il grande contributo al Paese in termini occupazionali, non ricevono le dovute attenzioni”.

In un anno l’aumento delle assunzioni e delle cessazioni è proceduto in parallelo: del 31,3% e del 30,8% rispettivamente. L’incremento delle assunzioni è stato trainato dai contratti a tempo determinato (+27,8%), dall’apprendistato (+13,6%) e dal lavoro intermittente (+388%), un dato quest’ultimo dovuto al limitato numero di casi. I contratti a tempo indeterminato hanno registrato, invece, una riduzione del 3,1%.

Sul fronte delle cessazioni, viceversa, la dinamica ha riguardato tutte le tipologie contrattuali: +204,5% il lavoro intermittente, +33,9% l’apprendistato, +27% il tempo determinato, +7,9% il tempo indeterminato.

Numeri che rafforzano una tendenza alla ricomposizione dell’occupazione nelle piccole imprese. I contratti a tempo indeterminato rappresentano ancora, e nettamente, la tipologia più applicata dalle piccole imprese. Ma con meno del 70% del totale (il 69,3%, per la precisione) contro l’85,4% di dicembre 2014. Al contrario, nei quasi tre anni sotto osservazione, i contratti a tempo determinato sono cresciuti del 12,8% fino a toccare il 19,4% complessivo, i contratti di apprendistato sono passati dal 5,5% all’8,6% e il lavoro intermittente dal 2,5% al 2,7%.  Una ricomposizione dovuta alle riforme (che hanno facilitato la flessibilità) e anche alla fragilità della crescita. Ma che non mette in discussione né il forte incremento dell’occupazione né la sua qualità.

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