. Una voce unitaria per 5 milioni di pensionati del lavoro autonomo

L’eredità lasciata da CNA Pensionati a Federpensionati Coldiretti con il passaggio di consegne del Coordinamento. Giungi: “Il lavoro fatto è stato intenso. Ma da oggi la sfida è di nuovo storica: ricordiamo ai nostri figli chi siamo stati e cosa abbiamo fatto”. 

Non era affatto scontato. Sia perché coordinare le voci di otto sigle associative è sempre un’operazione complicata, sia perché non era mai successo nulla di simile in passato. Eppure i due anni di Coordinamento di CNA Pensionati alla guida del CUPLA, il Comitato unitario del lavoro autonomo (composto da Anap Confartigianato, Anpa Confagricoltura, 50&Più Confcommercio, Cna Pensionati,  Federpensionati Coldiretti, Fipac Confesercenti, Fnapa Casartigiani, Anp-Cia) hanno generato risultati importanti, primo fra tutti far sentire forte e chiara la voce dei pensionati del lavoro autonomo. Una voce in passato debole perché frammentata e persa nei rivoli delle numerose rappresentanze associative. Ma non solo. Il CUPLA è riuscito a mettere al centro anche un tema di grande respiro per il futuro di tutto il paese: l’invecchiamento attivo. Un obiettivo che l’UE ha impresso a lettere cubitali nelle sue direttive riguardanti le scelte strategiche future, conscia che i pensionati, e gli over 65 in generale, rappresentano ogni anno di più una quota crescente di popolazione, di mercato, di consumi dell’intera comunità. A parlarcene è Giovanni Giungi, Presidente di Cna Pensionati, che ha appena passato il testimone del Coordinamento CUPLA a Federpensionati Coldiretti, non senza fare un piccolo appello per il futuro i vista delle prossime elezioni europee.

DOMANDA: Presidente quali successi pensa di poter ascrivere al suo Cordinamento del CUPLA di degli ultimi due anni?

RISPOSTA: Innanzitutto tengo a sottolineare che si è trattato di un gioco di squadra e già questo è un fatto positivo. Poi, senza alcun dubbio, siamo riusciti nell’intento di costruire un nuovo protagonismo di questa rete di rappresentanza. Sembrerebbe quasi scontato, se l’obiettivo era quello di far bene il proprio lavoro. Ma non dimentichiamo che abbiamo attraversato anni in cui la crisi dei corpi intermedi ha raggiuto uno degli apici più acuti. Noi eravamo al timone mentre molta parte della politica pensava con fastidio alle sigle sindacali e giurava sul futuro della disintermediazione

D. E invece?

R. E invece, abbiamo portato a casa molti successi: l’innalzamento della no tax area da 7500 a 8000 euro anche per i pensionati; la grande sfida, vinta, della quattordicesima per le pensioni al minimo, il tutto mentre imperava il verbo dell’austerity e il mantra era di contenere la spesa pensionistica. Abbiamo ottenuto, poi, lo sblocco della rivalutazione delle pensioni e segnalato al ministero della salute la debolezza e la mancanza di attuazione dei LEA, i livelli essenziali di assistenza. Tutte cose che incidono sulla carne viva dei pensionati italiani e su coloro, in particolare, che non ce la fanno a arrivare a fine mese, su chi sta male e ha difficoltà a curarsi, su chi vede la propria pensione erodersi con un costo della vita che aumenta proprio sui beni di cui si ha più bisogno. Ma abbiamo un vero e proprio fiore all’occhiello.

D. Quale?

R. Aver cercato di proporre con forza il tema dell’invecchiamento attivo. Questa è una sfida strategica, più di quanto si pensi.

D. Davvero?

R. Certamente. L’Italia è un Paese che invecchia. Non è un mistero. Lo sappiamo dagli anni ’80 che la piramide demografica avrebbe finito, come sta avvenendo oggi, per rovesciarsi. Questo vuol dire che tanti anziani non potranno essere mantenuti dai giovani senza mandare il Paese al collasso. Oggi si parla tanto di immigrazione con accezione negativa. Ebbene io non voglio entrare in questo argomento se non ricordando che CNA Pensionati è nata e cresciuta con i valori del rispetto dell’uomo, del lavoro, della solidarietà, dell’inclusione. Tuttavia se decidiamo che i flussi migratori vadano drasticamente limitati e ridotti e, al contempo non facciamo figli, occorrerà occuparci di tenere in salute e in attività i milioni di baby boomers (nati negli anni 60) che si apprestano a varcare la soglia degli over 65 e andare in pensione. Si parla di 5 milioni di persone.

D. Come?

Ripeto, mettendo in campo politiche di invecchiamento attivo e in salute realizzando una società in cui anche nella terza età possa dare il proprio contributo evitando di rappresentare un peso e un costo insostenibile. Per questo abbiamo presentato alle scorse elezioni il Manifesto indirizzato alle forze politiche in campo.

D. Ce ne parli…

R. Abbiamo chiesto a chi si presentava alle elezioni del 4 marzo 2018 di sottoscrivere una serie di impegni proprio per garantire agli anziani, oltre a una Legge nazionale sull’invecchiamento attivo, il sostegno ai redditi più bassi, un indice dei prezzi più a misura degli anziani per rivalutare correttamente le pensioni, città age friendly, lotta alle diseguaglianze, accesso uniforme ai LEA, la promozione della silver economy. Salutiamo con interesse i tentativi del governo attuale di intervenire con sostegni economici ai pensionati al minimo e ai poveri con la pensione e il reddito di cittadinanza, anche se consigliamo caldamente di fare le cose per bene e senza fretta. Gli aiuti debbono, infatti, raggiungere i veri poveri e aiutare i disoccupati davvero senza speranza, altrimenti rischiamo di tornare allo schema noto dell’Italia dei furbi e quella dei fessi. Tuttavia lasciatemi aggiungere una riflessione proprio in vista delle prossime elezione europee.

D. Prego…

R. Noi pensionati del lavoro autonomo siamo quelli che ai nostri tempi abbiamo lavorato, spesso senza rizzare la schiena nemmeno il sabato e la domenica, per garantire ai nostri figli un futuro e un paese migliore. Lo abbiamo fatto con sudore ma anche con l’orgoglio di conquistare nuovi orizzonti di valori, di diritti, di visioni basate sulla parte migliore dell’umanità. Condivisione, rispetto delle donne, delle minoranze e dei diversi, aiuto fra uomo e uomo. Uguaglianza. Non abbiamo mica pensato solo a gonfiare le tasche: le nostre botteghe, i nostri negozi erano aperti a chi ne aveva bisogno, ai più poveri che sempre aiutavamo. Facevamo pagare a rate mobili e elettrodomestici, la tinta delle case e la rimessa a punto del motore. Allungavamo il pane a chi non ce la faceva e aspettavamo il fine mese pure per avere i soldi delle scarpe risuolate. Non ci fa certo piacere vedere che ai nostri nipoti rischiamo di consegnare un mondo che si guarda in cagnesco, che si prende a insulti, che odia, che diffida, che alimenta rabbia. Chi vive bene, aiuta, ama, apre le porte di casa e non le chiude. Abbiamo lottato per questo.

D. Qual è il suo consiglio allora?

R. E’ quello di guardare i calli delle mani dei propri nonni. Le mani servono per lavorare, costruire cose belle come noi abbiamo saputo fare. Ma anche per stringere quelle di coloro che rischiano di cadere, che non hanno, che non possono, che non riescono più a rialzarsi. Mani che non posseggono più casa rimasta sotto a un terremoto, che hanno perso il lavoro e non sanno più come fare. Ma anche mani che scendono da un barcone, che a noialtri aprire la porta a Ciro o Michele, oppure a Miriam o Maria, non ha mai fatto una gran differenza.

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