Tantissimi scrivono, tanti comunicano o commentano fatti politici ed economici. Le voci si mischiano senza che ci si ascolti, le opinioni si affastellano senza fare numero né massa. Siamo tutti sopraffatti dalla circolazione enormemente aumentata di notizie, di giudizi, di pareri, di tirate indignate e di consolazioni accondiscendenti. E poi c’è la famosa disintermediazione, ormai diventata qualcosa di ancora più forte, nelle intenzioni dei gruppi politici più influenti: neanche più si tratta di ascoltare direttamente le basi associative saltando il processo di rappresentanza, quello che si vede in atto è il tentativo di parlare, senza contatti né dialogo, a nome di pezzi del mondo produttivo, imprenditoriale, professionale.

Chi ha potere politico tende a dare per conosciuto, per acquisito, ciò che le imprese e gli imprenditori ritengono utile o dannoso. Non più disintermediazione, quindi, ma un parlare direttamente per conto di altri, sempre semplificando, ripetendo banalità, perché se il flusso dei contatti, cioè della mediazione, si interrompe o volutamente viene bloccato, anche le idee avvizziscono e quel simulacro di rappresentanza che ne deriva mostra il suo passo cortissimo. Ma è proprio in questo turbine comunicativo e in questa velleitaria cancellazione delle rappresentanze che si dovrebbe provare a mantenere la calma. E in modo speciale se si ha veramente qualcosa da dire e qualcosa da rappresentare.

La mia impressione, ora che il turbine si sta sfogando già da anni, è che esista ancora un ruolo sia per la rappresentanza sia per la comunicazione legata alla rappresentanza di impresa, del lavoro, della produzione. E credo anche che si tratti di proseguire in quel ruolo come è stato definito ed esercitato da qualche decennio. L’idea è che proprio mentre imperversa il turbine bisogna offrire stabilità e un’accettabile quantità di affermazioni (sulle quali basare la comunicazione) radicate in esperienze reali e derivanti da analisi non ideologiche, non estemporanee, non emotivamente guidate. Proprio nell’inflazione di commenti e analisi degni al massimo dello sforzo di un tweet o di un post su Facebook diventano importanti e rilevanti le informazioni che vendono diffuse a partire da fondamenti più solidi. La rete e i suoi ritmi da nemici o comunque da generatori di confusione si possono trasformare in alleati e perfino in strumenti per difendere le acquisizioni ottenute con l’esperienza e con l’osservazione e l’ascolto di un mondo, quello dell’impresa, costretto dalle sue condizioni operative a misurarsi con la realtà e quindi tipicamente più attendibile, più concreto, più rilevante nel dibattito pubblico.

La rete funziona su due assi, uno costruito sull’immediatezza (da qualche tempo si parla di “presentismo“, indicando una condizione negativa e non efficiente dello scambio di idee e del confronto tra progetti) ed è quello che colpisce di più e che ha segnato un cambiamento visibile rispetto alle passate modalità di comunicazione e di gestione del dibattito pubblico. Certo, la velocità delle reazioni e dei commenti ci inebria, ci stordisce, e finiamo per vedere quella come la grande novità di questi anni e per pensare che essa abbia davvero cambiato tutto. Ma proviamo a ragionare anche sull’altro asse, sempre trascurato, quello della durata o, potremmo dire, della potenza archivistica. Fateci caso, la maggior parte delle informazioni che non solo affiorano nel brevissimo tempo di uno scambio di battute in rete ma che riescono ad affermarsi, a diventare punto di discussione, oggetto di reale confronto, vengono dal gigantesco archivio che internet mette a disposizione (avendo rielaborato e si direbbe ri-editato anche gran parte dei materiali storici). E’ una ricchezza davvero straordinaria e se ben usata è un eccezionale supporto alla comunicazione e alla rappresentanza. Senza indulgere nel citato presentismo si può però essere pronti a fornire agli intermediari, quindi alla politica e al giornalismo tradizionale e anche a quello innovativo, una merce rara ma potente e che sempre più sarà richiesta.

Un’organizzazione di rappresentanza deve farsi forte proprio del legame con la realtà. Sembra banale ma è diventato, da qualche tempo, il principale punto di forza. Una società in cui si pensa di sapere tutto, di conoscere tutto o almeno di poterlo conoscere in tempi brevissimi, ha invece perso legami con l’esperienza diretta delle cose. Fateci caso, che siano riforme, piani industriali, grandi progetti sociali, lo scoglio, in caso (frequente) di fallimento, è sempre nella fase esecutiva, o nell’applicazione se si tratta di provvedimenti legislativi. Pensiamo di sapere tutto, di conoscere tutto, e poi andiamo a cascare su errori triviali che bloccano la fase realizzativa dei progetti. La rete si può sfruttare per la schiuma, per la superficie, ci racconta delle paure e delle pulsioni immediate, irrazionali. e quelle possiamo sfruttarle per fare propaganda. Ma, e si direbbe che gli esempi attuali non manchino, utilizzando solo la schiuma e la superficie riusciamo ad assecondare l’opinione pubblica, anche a prenderla apparentemente sotto la nostra tutela (in un gioco a rincorrersi tra le pulsioni manifestate e chi le rilancia), ma non traiamo alcuna indicazione pratica, concreta, orientata al fare. E’ come il chiacchiericcio, anche divertente, che segue o precede una riunione operativa. Può anche raccontarci qualcosa di gustoso e perfino di utile a capire le inclinazioni di ciascuno, ma non serve a orientare scelte reali. Allora si torna alle associazioni d’impresa o ai sindacati.

In questa fase sono titolari di un sapere cui gli altri non hanno accesso. Un sapere collettivo perché ha senso solo nel momento associativo e solo lì può trasformarsi in rappresentanza. Va mantenuto, tutelato appunto come un valore, reso disponibile, attraverso la comunicazione, ma senza parossismo, e fortificato nel tempo grazie alla stabilità della base rappresentata: le serie storiche sono uno strumento potentissimo di conoscenza e di intervento nel dibattito pubblico. Chi ha la conoscenza dello sviluppo nel tempo di investimenti, domanda, relazioni industriali, condizioni di mercato (per restare nell’ambito che è proprio a un’associazione d’impresa), riesce a capire il presente e a testare il futuro. Grandi fortune economiche sono state costruite sulla disponibilità di dati e serie storiche. E chissà perché il dibattito di oggi si concentra tutto sulla schiuma, sul flusso minuto per minuto, e trascura l’altro grande filone, quello dei big data, dei grandi archivi intelligenti.

Recentemente la CNA ha cominciato a valorizzare, ad esempio, la sua conoscenza diretta del mercato del lavoro nelle Pmi, usando sia lo stock di dati sia il flusso congiunturale. Ne è derivata una fonte importante di informazioni per la stampa di qualità e un posizionamento, per l’associazione, che difficilmente potrà essere scalfito. Senza togliere a istituti come l’Istat, ma arricchendo il quadro con un pezzo di esperienza diretta. Qualcosa di simile avviene in altri ambiti e sta riportando, dopo l’ubriacatura presentista, al posto che loro spetta le organizzazioni di rappresentanza.
Accanto a stock e flusso di dati, o meglio prima di essi, un’associazione è fatta di persone e di storie. Ancora una volta diventa rilevante, proprio a contrastare il presentismo, la possibilità di raccontare quelle storie e di far testimoniare quelle persone.

Sono convinto che quella massa di esperienze diventerà sempre più preziosa proprio nel mondo della comunicazione parossistica. Si tratta solo di adattare quel patrimonio antico alle modalità nuove non solo di rappresentanza ma direi anche di rappresentazione. C’è una retorica da contrastare, particolarmente per ciò che interessa la CNA, ed è quella del piccolo imprenditore ormai falsificato, trasformato, re-inventato. da una comunicazione politica del tutto lontana dalla logica dell’impresa. Di quell’imprenditore in carne, ossa e…capannone, la politica sta facendo un mito slegato dalla realtà. E se pure per un po’ può sembrare inebriante essere citati in continuazione come archetipo, modello, dell’imprenditoria sana, alla lunga vi accorgerete che il modello ha preso il vostro posto e che una forma di costruzione retorica vi ha sostituiti, affidando alla figura idealizzata dell’imprenditore nient’altro che una delle parti in commedia nel nostro asfittico dibattito pubblico. Allora è solo la forza del legame con la realtà quotidiana e con l’esperienza imprenditoriale e produttiva a poter contrastare questa appropriazione. L’informazione, come l’intendenza napoleonica, seguirà.

E anche se non dovesse essere subito compreso da tutti l’importante è non interrompere mai il lavoro di testimonianza. I momenti in cui, anche all’interno di contenitori informativi zeppi di punti di vista posticci, arriva qualche rappresentante del mondo dell’impresa e mette in fila dati e numeri, e racconta delle esperienze dirette di chi si misura con l’amministrazione e con il mercato, dà subito il segno di un cambio di passo. E quelle testimonianze restano, sia nella memoria individuale di ciascuno sia in quella collettiva del web (il famoso stock di dati), e prendono maggior valore nel tempo. Un po’ di ottimismo, insomma, sia sulla rappresentanza sia sulla comunicazione d’impresa, mi sembra che si possa ancora professare. Sapendo che, però, la partita è nelle vostre mani e che alla maggiore capacità di descrizione della società (in termini proprio di quantità di informazioni circolanti) bisogna saper far fronte con più impegno, più consapevolezza, più trasparenza.