Il 2017 ha rappresentato un anno indubbiamente positivo per le sorti dell’economia italiana, caratterizzato da una accelerazione della crescita economica e dall’ampliamento significativo della base occupazionale.

Nei primi nove mesi dello scorso anno, infatti, il PIL ha messo a segno una crescita acquisita di 1,4 punti percentuali, che se confermata dai dati relativi al quarto trimestre di prossima pubblicazione, risulterebbe la più ampia dal 2010.

Il numero di occupati registrato lo scorso novembre, pari a circa 23 mila unità, si è riportato invece sui livelli pre-crisi del 2007.

Secondo l’Istat il miglioramento dell’economia italiana è stato accompagnato da quello della nostra finanza pubblica.

Con riferimento esclusivamente ai primi nove mesi del 2017, il rapporto deficit/PIL è risultato pari al 2,3%, a fronte del 2,5% nel corrispondente periodo dell’anno precedente, mentre la pressione fiscale si è attestata al 40,2%, in riduzione di 0,1 punti percentuali rispetto al 2016.

 

 

Le riduzioni dei due indicatori osservate nel periodo gennaio-settembre 2017, a prima vista di entità limitata, si inseriscono all’interno di un trend discendente ormai in corso da diversi anni. Il rapporto deficit/PIL ha registrato infatti il valore più basso degli ultimi dieci anni (era pari al 5,5% nel 2008).

 

 

Da notare che la riduzione del deficit è stata favorita dal contenimento della spesa pubblica che, in discesa ormai da cinque anni in rapporto al PIL, è risultata pari al 46,8% nei primi nove mesi del 2017.

 

 

La presenza dello Stato in Italia è sproporzionata?

Nonostante gli andamenti positivi appena commentati, la pressione fiscale e il rapporto spesa pubblica/PIL dell’Italia restano molto alti (nel 2016 si collocavano rispettivamente al settimo e all’ottavo posto tra i paesi dell’UE-28) e starebbero a indicare una presenza eccessiva dello Stato nell’economia.

In realtà, come emerge dai due approfondimenti allegati, nell’Unione Europea coesistono livelli molto eterogenei di pressione fiscale e di spesa pubblica/PIL cosicché diventa difficile formulare una giudizio univoco circa la presenza dello Stato nell’economia sulla base di questi due indicatori.

 

 

Vi sono infatti paesi come la Francia e la Danimarca in cui la pressione fiscale supera il 47% e paesi come l’Irlanda in cui questa è inferiore al 25%. Anche nell’ammontare delle risorse da destinare alla spesa pubblica tra i 28 stati che compongono l’Unione Europea vi sono differenze evidenti, questa, infatti, può passare dal 56,4% del PIL in Francia fino al 27,1% dell’Irlanda.

 

 

In Italia la pressione fiscale nel 2016 era al 42,7% e nello stesso anno la quota di spesa pubblica sul PIL ammontava a 49,4 punti percentuali. Il nostro Paese, però, rispetto a molti altri partner europei destina meno risorse sia alle prestazioni sociali che al sostegno del sistema produttivo (in termini pro-capite questa voce, che vale in Italia 859 euro, è pari a i 1.148 euro in Germania e a 1.404 in Francia) per fare fronte al pagamento degli interessi sul debito che resta il più elevato d’Europa.

Per avere una opinione più precisa circa il ruolo dello Stato nell’economia è dunque necessario non soffermarsi solamente sui livelli di spesa (e di tassazione) ma anche sulla composizione della stessa e sugli importi pro-capite delle diverse voci. Per maggiori approfondimenti si rimanda ai due studi allegati.

 

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