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“La maschera permette di essere qualcos’altro, senza essere giudicato”: questa in poche parole la filosofia di Francesca Cecamore, protagonista di CNA Storie di febbraio. Nella sua bottega Kartaruga, a due passi da piazza San Marco a Venezia, c’è spazio per tutti: ognuno qui può trovare la migliore espressione del suo carattere, del suo momento o del suo stato d’animo. A Carnevale, così come durante tutto l’anno. Perché la maschera non copre, ma svela.

Francesca ha proseguito l’antica arte dei cosiddetti maschereri: una tradizione antichissima e radicata a Venezia. I maschereri da secoli seguono tutte le fasi di produzione della maschera: il loro compito è di aiutare chiunque lo voglia a esprimersi. “La maschera è una sorta di passaporto culturale: non ha tempo, non ha spazio, non ha luogo” dice.

La maschera è una sorta di passaporto culturale: non ha tempo, non ha spazio, non ha luogo

Chi entra qui, non può uscirne a mani vuote. La clientela è variegata. C’è chi acquista una maschera per un’occasione, che sia il Carnevale, una festa o un matrimonio. E poi c’è la committenza del cinema e del teatro. E non mancano le collaborazioni con altri artigiani maschereri. “Ognuno ha la sua ricerca, il suo stile e i suoi modelli, ed è bello che ci sia uno scambio, una collaborazione proficua”.

Nel 1985, l’incontro con CNA: “fu mio padre Gabriele Franco ad associarsi quando aprì questa bottega – ricorda Francesca-. Siamo fedelissimi a CNA, perché è un’associazione di persone che ci hanno sempre seguito in maniera professionale, ma non fredda. Cercando sempre di salvaguardare il mestiere artigiano e esplorando costantemente nuove strade”.

Siamo fedelissimi a CNA, perché è un’associazione di persone che ci hanno sempre seguito in maniera professionale, ma non fredda

Francesca è la seconda generazione di maschereri Cecamore. Ce ne sarà una terza? “Le nuove generazioni si avvicinano con più difficoltà a tutto ciò che è manuale visto che sono così smart. Per fare in modo di coinvolgerli, è necessario che il mestiere continui a evolvere, come è stato fino a oggi. A me capita spesso di incontrare giovani che vengono sedotti da questo mondo di maschere: sono per lo più ragazzi che studiano teatro. A loro dico che questo mestiere è una grande occasione tanto per stare con se stessi, nei momenti di studio e ricerca, quanto per relazionarsi con la gente”.

Conciliare un’occasione di festa come il Carnevale con i due anni di pandemia è stata un’impresa molto difficile. Difficile sentirsi uniti nella festa, quando la parola d’ordine è “distanziamento sociale”. Difficile, all’epoca delle FFP2, pensare a una maschera che svela, più che a una barriera per difendersi da un pericolo esterno.

“Ci siamo sentiti fuori luogo” ammette Francesca con amarezza. “E naturalmente il fatturato è precipitato per la mancanza di turisti. Ma per fortuna la manifestazione  quest’anno è stata confermata, anche se in forma ridotta: un bel segnale di ritorno alla normalità”.

Francesca si definisce apprendista a vita. Il mestiere l’ha imparato dal papà: “Lui ha poteri magici, mentre io mi sento le mani legate. Come quando ti mancano le parole”. Sarà. Ma se le parole mancano, la fantasia non ha limiti, a giudicare dall’infinità di temi e personaggi che affollano gli scaffali. A ciascuno la sua maschera. Ma forse una che vale per tutti, a ben spulciare tra le decine di caratteri, umori e animali di ogni tipo, c’è: la tragicomica. Quella, davvero, buona per ogni occasione.

A cura di Paola Toscani