Otto milioni di pizze al giorno. Oltre tre miliardi di pizze all’anno. Centodiecimila pizzaioli a tempo pieno che salgono a 200mila nei fine settimana, l’indispensabile motore umano di circa 130mila esercizi che producono e vendono pizze. Sono numeri che fanno impallidire per l’impatto socio-economico sull’Italia. E trasformano il patrimonio dell’umanità Unesco – l’arte dei pizzaiuoli napoletani, come testualmente riconosciuta a dicembre 2017  – in patrimonio del nostro quotidiano. E in uno tra i più attivi fattori di sviluppo economico del nostro Paese. Messo sotto i riflettori dall’Osservatorio pizza di CNA Agroalimentare, giunto alla seconda edizione.

Pizza, un piatto anti-crisi

Per la pizza non c’è crisi che tenga. O forse è proprio la crisi a trainarne il boom, per il costo mediamente moderato di un cibo nutriente e gustoso come pochi. La crescita delle imprese con attività di pizzeria negli ultimi anni è stata costante. Da 125.300 che erano nel 2015 sono salite a circa 127mila nel 2017 e a 128.248  nel 2018, segnando un  ulteriore incremento dell’1,1% in un solo anno. Disaggregando questo dato scaturisce che, in realtà, il classico ristorante/pizzeria ha perso qualche colpo (-0,3%) negli ultimi dodici mesi, scendendo (sia pure di poche unità) sotto i 40mila esercizi complessivi. In crescita, invece, tutte le altre tipologie di attività, che producono e/o servono pizza per il “consumo veloce”, e sicuramente meno costoso: + 4,5% le panetterie, +2,6% le gastronomie, +1,9% le pizzerie da solo asporto, +1,6% le rosticcerie, +0,4% i bar.

Campania in vetta. Con qualche sorpresa

A livello regionale – e come poteva essere altrimenti? – è la Campania a farla da padrona in termini assoluti, con 17.401 esercizi, pari al 13,6% del totale nazionale. Sul podio le fanno compagnia Lombardia e Sicilia, con 14.171 attività (11,2%) e 13mila attività (10,2%) rispettivamente. A tallonare la Sicilia c’è il Lazio, con 12.639 attività (10%). Quindi, quasi appaiate, Toscana e Puglia (7,8 e 7,7%) e, a completare la top ten, una dietro l’altra: Calabria, Emilia-Romagna, Veneto e Sardegna.

Per densità di esercizi, invece, a primeggiare è l’Abruzzo, con un’attività aperta ogni 263 abitanti. A pochissima distanza il Molise (un esercizio ogni 265 residenti) e la Sardegna (uno ogni 267). Più distanziate la Calabria (un’attività ogni 290 persone) e la Campania (una ogni 335). Tra le prime dieci regioni anche Sicilia, Toscana, Marche, Basilicata e Puglia.

Per aperture di nuove attività nell’ultimo anno è impressionante la crescita della Val d’Aosta. In soli dodici mesi ha più che raddoppiato il numero di esercizi, registrando un +56,8%. Piccoli numeri in assoluto (le attività sono salite da 109 a 301) ma il dato è parimenti significativo. Sul podio anche il Molise (+14,9%) e il Friuli Venezia Giulia (+9,5%). E poi nell’ordine Umbria, Basilicata, Liguria, Trentino Alto Adige, Sicilia, Piemonte, Sardegna, Emilia Romagna, Abruzzo, Puglia, Lazio e Marche. Alcune (grandi) regioni, però, hanno fatto qualche passo indietro, diminuendo le attività. Tra di loro – e fa notizia – la Campania. Lombardia (-0,1), Campania (-0,2%), Toscana (-0,3%), Veneto (-1,2%) e Calabria (-2,1%) le regioni con saldo negativo degli esercizi aperti.